di Dzinin Daniil
Nell’anno 2022 la rivista russa Molodaja gvardija celebrava cent’anni dalla sua fondazione nel 1922. Queste date portano oggi un carattere emblematico per il contesto storico del XXI secolo. In questo centenario è possibile intravedere il compiersi di una parabola storica con cui tutti noi dobbiamo ancora fare i conti. Infatti, proprio in quanto fonte storica il percorso della rivista sopraindicata non è altro che l’estrema sintesi delle trasformazioni sociali avvenute in Russia durante il XX secolo.
In primis, la rivista traducibile come la Giovane guardia è nata con l’U.R.S.S. e dalla necessità di questa di costruire da zero una nuova weltanschauung comune dell’homo sovieticus. In questa venivano raccolte poesie, prose, saggi storici e altri contenuti capaci di ispirare il pubblico degli adolescenti. In secundis, la fondazione nel 1922 della rivista si colloca nel momento in cui la linea del partito non intende lasciare spazio al dibattito democratico e promuove un nuovo modello per le istituzioni scolastiche e universitarie. Un modello non accolto dall’intellighenzia russa rimanente nel mondo accademico di allora, il che porta il nuovo status quo – sempre nello stesso anno – all’esilio di quella culminato nel caso della ormai celebre ‘nave dei filosofi’. Ivi venne raccolto quello che rimaneva del mondo accademico russo e spedito oltremare. Tra i volti presenti su quella nave vi era quello del filosofo russo I.A. Il’in (1883 – 1954). Quest’ultimo si distinguerà per essere uno dei più controversi pensatori russi del tempo, dal momento che fu proprio lui ad abbozzare l’idea di un nazionalismo russo ispirato dal nazional-socialismo tedesco e dal fascismo italiano. Insomma, un pensatore che la storia collocherà negli schieramenti antagonisti del XX secolo. Eppure, mutatis mutandis le trasformazioni sociali sono imprevedibili nel loro svolgersi repentino e lo stesso Il’in non poteva immaginare che un giorno le sue idee sarebbero tornate utili nel posto meno probabile.
Difatti, nel 1997 quando ormai l’U.R.S.S. era collassato ed erano passati sei anni da quando si tornò ad interrogarsi su ‘come poteva essere la nuova Russia?’, la rivista Giovane guardia – che rimase operativa nel nuovo contesto – pubblicò l’undicesimo numero di quell’annata e al suo interno fu collocato uno scritto di Il’in. Ad essere più precisi, si trattava di un discorso tenuto in pubblico nella Germania del 1926 per il giorno della cultura russa, dal titolo Sulla Russia. Esso verteva intorno alla perdita materiale della Russia e della necessità di un suo recupero in quanto alternativa alla «cultura morta» dell’occidente (M.G., pp. 170-171). L’uomo russo agli occhi di Il’in è il ‘buon vecchio selvaggio’ di Rousseau, puro e casto rispetto alla corruzione del mondo circostante; mentre la Russia nella sua grandezza è la fonte d’ispirazione di tutti i predicati ideali che rendono russa un’anima indigena del posto. A detta di Il’in ai russi non serve l’alfabetizzazione della ragione, ma solo lo slancio del cuore verso la sacra sovranità monarchica e non il corrosivo individualismo democratico (M.G., p. 171) o l’internazionalismo comunista (M.G, p. 181).
La soluzione per la formazione della ‘russicità’ nei nuovi russi neonati dipenderà dalla capacità di trasmettere quella dai grandi classici russi come Pushkin (il quale, invece, vantava discendenze etiopi). Cosa, dunque, l’uomo russo – russkij muzyk – doveva sapere e cosa no per essere genuinamente russo lo sapeva solo Il’in. Il contenuto di quel discorso era certamente influenzato dallo spirito del tempo e dunque dalle inquietudini e critiche che l’immigrazione russa portava con sé fuori da un paese che non esisteva più. Un contesto che spingeva uno come Il’in a porsi interrogativi sulla metafisicità e ineffabilità della ‘russicità’, la quale doveva essere recuperata per far sopravvivere la comunità russa in quanto tale. Serve precisare che salvare l’essenza russa significava pressoché l’affermare una presunta superiorità della razza e di classe, o meglio delle anime russe dacché Il’in non vuole macchiare la purezza delle idee slave con «meccanicismi occidentali» (M.G., p. 172).
Per quanto astratte possano apparire le argomentazioni di Il’in ai nostri occhi, bisogna ammettere che in esse si ritrova già il problema per eccellenza degli anni Novanta nella nuova Russia e dei nuovi russi ovvero decidere quali letture adottare per convincere intere masse di non essere più sovietiche ma russe per l’appunto. Il caso volle che una rivista ex comunista come la Giovane guardia si prese a proprio carico la pubblicazione di un articolo che oggi nel 2026 compie un secolo, mentre la sua attualità risuona tristemente familiare nelle nostre orecchie. Quali trasformazioni politiche sono avvenute nel mezzo o se invece si è trattato di un corto circuito delle trasformazioni sociali guadagnate dall’esperimento sovietico lo deciderà la storia che verrà. Quello che colpisce di più è che un testo del 1926 risultò attuale nel 1997 in una rivista che era passata dal discorrere del comunismo al discorrere di contenuti che mischiavano scritti come quelli di Il’in e articoli sulla massoneria e gli UFO.
L’esito più ironico a discapito del potere sovietico nel 1922 è che la censura fallì miseramente il suo compito e un autore censurato come Il’in ebbe la sua rivincita nel modo più improbabile col senno di poi. Infatti, è proprio l’opera omnia di Il’in che oggi è venduta in Russia e le sue idee riempiono da quasi vent’anni i film prodotti dallo Stato, mentre testi di altri autori (russi e non) vengono censurati e bollati come opere degli agenti stranieri. La storia ha decisamente uno strano senso dell’umorismo…


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