di Valerio Tommassini
Il tema delle trasformazioni sociali è vasto e, per la stessa configurazione dell’oggetto, sfuggente alla presa analitica. Esso indica un insieme di processi plurali e di forze molteplici che si configurano in forme presenti semi-stabili e, per questo, sempre aperte al nuovo mutamento. Questa pluralità dei processi, delle forze e delle configurazioni comporta anche una molteplicità nei modi in cui il tema può essere affrontato.
Questo intervento non ambisce a cogliere queste trasformazioni nella loro totalità, né attribuire a esse un qualche significato più generale. Si intende, invece, sezionare un fenomeno specifico di queste trasformazioni, concentrando l’attenzione su qualcosa di molto particolare che, tuttavia, può riguardare il vivere quotidiano di molte persone inserite nel loro contesto urbano. Il fenomeno in questione è quello della cosiddetta ‘gentrificazione’, ovvero quell’insieme di politiche pubbliche che, nel nome della riqualificazione urbana, si presentano come una riconfigurazione dello spazio pubblico e che, in ultima istanza, finiscono per escludere, in virtù dell’incremento dei costi a esse associato, settori meno abbienti della popolazione.
Rispetto a questo fenomeno ci si vuole soffermare, in particolare, sulla soppressione di certi treni che, in virtù della loro età avanzata e, soprattutto, del tipo di socialità in essi praticata vengono ritenuti come una forma di anacronismo rispetto a un più generale contesto innovativo o in via di sviluppo. Vorrei sostenere che, nelle pratiche stesse in cui materialmente si riqualificano o si sopprimono quei treni, sia in atto una forma di controllo o di aggressione a un certo tipo di socialità in cui si è immersi su quei treni e, soprattutto, agli effetti soggettivi di essa. Di che tipo di socialità si tratta? A quali effetti soggettivi rimanda questa socialità? Si tratta di una socialità sovrapposta e promiscua, fatta di intrecci, di scambi e di scontri, in cui un’umanità multietnica e multiculturale dà prova della propria complessità e in cui luoghi, oggetti e persone si toccano, si uniscono e poi si distaccano, in una costante temporaneità e imprevedibilità.
I sedili del treno incontrano solo per il tempo della corsa il fumo dei viaggiatori, che parlano tra di loro la lingua dei loro paesi di provenienza. La luce a intermittenza, soprattutto di notte, scandisce il ritmo dell’inizio e della fine di una paura rivolta non solo verso il buio, ma verso chi, di quel buio, vigliaccamente ne fa un’arma. Il contatto, in qualche modo forzato dovuto al sovraffolamento negli orari di punta, spinge verso un’apertura fatta di parole, di gesti, spesso anche solo di sguardi che tradiscono emozioni e, talvolta, fraintendimenti.
Sono questi attriti sociali, che richiamano l’attrito del treno nel suo stesso procedere sulle rotaie, a delineare molteplici storie e aneddoti, il cui tratto comune, se così si può dire, è proprio quello, ancora secondo l’analogia col treno, di un attraversamento: come il treno attraversa le diverse forme della città, i suoi diversi quartieri e conglomerati, così il viaggiatore, a seconda delle persone che incontra e degli oggetti con cui entra in contatto, attraversa i diversi lati e aspetti di sé, uscendone chi verso nuove mete, chi terribilmente bloccato, chi semplicemente toccato. E così, quello che sembrava un semplice anacronismo rispetto a un contesto in costante (o presunto) progresso, si mostra come l’oggetto mobile di una socialità sempre in atto, molteplice e multiforme.
La soppressione di questo anacronismo o la sua ‘riqualificazione’ lasciano spazio a spettri o simulacri; gli spettri di ciò che c’era e che è stato soltanto rimosso e i simulacri di ciò che potrebbe esserci, ma soltanto in una forma che, pur estremamente e innovativa all’apparenza, finisce per essere profondamente de-attualizzata e sterile, perché sterilizzata da ciò che è più imprevedibile.


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