di Leonardo Geri

A Federico Frusciante

Recentemente è tornato nelle sale il capolavoro di Mamoru Oshii ‘L’uovo dell’angelo’ (1985), film d’animazione criptico e simbolico caratterizzato da scenari e atmosfere post-apocalittiche. È questo il genere in grado di porre alcuni dei più interessanti ‘io sperimentali’, come li chiamava Kundera: uomini e donne che esemplificano una possibile reazione dell’umanità nel momento in cui questa si ritrovi ad affrontare particolari scenari. Qui, in situazioni-limite, siamo testimoni di comportamenti e inclinazioni altrettanto estreme che intuiamo potremmo intraprendere se posti di fronte a circostanze analoghe. 

Il film segue una candida bambina dai lunghi capelli color bianco-luna e un ragazzo dal portamento grave che trae con sé una pesante arma a forma di croce – li segue per le strade di un mondo devastato e, in particolare, allagato, con una pioggia che cade costante. Questi elementi, che ci si danno sin dai primi venti minuti della pellicola, forniscono lo sfondo in grado di consentire la chiave di lettura dell’opera. L’uovo dell’angelo è un film biblico e, nel corso del tempo in cui si sviluppa, restituisce una precisa immagine dell’umanità. La bambina, con capelli che, nelle varie inquadrature in cui fluttua nel vuoto, sembrano trasformarsi in ali, racchiude in sé un duplice riferimento: quello angelico e quello della purezza propria delle raffigurazioni marmoree della madonna a cui rimanda anche l’immagine di copertina. Il ragazzo, invece, unico vero essere umano a comparire sullo schermo, si rivela essere un Noè stanco, gravato dal peso dell’esser stato prescelto. La croce che porta con sé rende visibile questo fardello, mentre il contesto in cui entrambi sono posti – un mondo in cui la pioggia non ha mai cessato di cadere – si configura come un dichiarato richiamo al diluvio universale. Qui, in mezzo a questo rimando tra uomo e divino, compare un terzo elemento fondamentale, quello dell’animale, volto a chiudere la triangolazione uomo-dio-animale attraverso la quale ognuno dei tre elementi può ottenere definizione. In particolare, è un uovo a fare da trait d’union tra i due personaggi, rappresentando per la bambina, che lo custodisce gelosamente, un oggetto necessario di cure e attenzioni, mentre per Noè un oggetto di desiderio, fondo oscuro da cui si sente intimamente attratto senza inizialmente coglierne appieno il motivo: «un uovo bisogna romperlo per scoprire cosa c’è al suo interno», chiosa freddamente.

Le scene si susseguono lente, lasciando assaporare il mondo che Oshii crea specie attraverso larghe inquadrature caratterizzate da una palette di colori piatti che sfrutta le molteplici sfumature del blu e del grigio. Due sono i momenti più salienti di un film in cui ogni immagine trae con sé un significato nascosto meritevole di attenzioni. Il primo è la cacciata dei giganteschi pesci ombra da parte di fantocci uomini-pietra, senz’altro la scena più dinamica e affascinante della pellicola. Questi uomini, uguali tra loro e inizialmente immobili, cominciano improvvisamente un tentativo di pesca con arpioni, con il risultato di distruggere ulteriormente un mondo già in rovina. Ancora una volta, è un animale a svelarci il senso di ciò a cui stiamo assistendo. Il pesce, ichthys in greco, è l’acronimo di Iēsous Christos, Theou Yios, Sōtēr (traducibile come ‘Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore’), e fungeva da simbolo attraverso il quale i credenti cristiani si riconoscevano durante le persecuzioni. Che il riferimento sia quello religioso è confermato dalla grande vetrata gotica posta entro una cattedrale raffigurante, appunto, un colorato pesce. Gli uomini-pietra, quindi, rappresentano il ricordo di quell’umanità condannata dal diluvio per via dei loro molteplici e peccaminosi atti di violenza che continuano a perpetrare nella caccia di ciò che è innocente. 

Ma è un’altra la scena chiave della pellicola, ovvero la scoperta di Noè dell’origine dell’uovo. Accompagnato dalla bambina-angelo, viene portato in un luogo in cui comincia a raccontare l’inizio dell’alluvione e la liberazione della colomba volta a capire se il diluvio fosse cessato. Dice: «è passato così tanto tempo che non ricordo neppure dove o quando abbia visto l’uccello […] forse l’uccello non è mai esistito». A queste parole, Noè viene portato al cospetto del fossile di quello stesso essere alato di cui dubitava, ma, anziché gioire per una recuperata memoria, lo sentiamo dire solamente «l’ho saputo, l’ho sempre saputo», mentre la bambina lascia intendere che l’uovo che custodisce sia quello della stessa colomba. È ora chiaro come essa non sia mai tornata da Noè ma sia piuttosto morta solitaria, segno di una mancata redenzione dell’uomo e di un suo abbandono da parte del divino. Rimane una speranza: l’uovo, simbolo di rinascita e di possibile riconciliazione tra l’uomo e il mondo, protetto da chi è puro. Ma Noè è stanco di aspettare. La speranza e soprattutto la forza di sperare sono venute a crollare di fronte a una vista che si concentra solo sulla morte e trascura totalmente la vita in embrione. Per questo, con un gesto privo di emozioni, preferirà recidere ogni contatto con il futuro e rassegnarsi a una calma disperazione distruggendo l’uovo e condannando definitivamente l’umanità.

Tuttavia, come vuole il proverbio, la speranza è l’ultima a morire. Dalla bocca della bambina, ulteriore vittima della violenza degli uomini che le hanno tolto ciò che portava in grembo come un figlio e che osserveremo ascendere tra gli angeli nella materializzazione dell’occhio di dio, vediamo emergere numerose uova. Non tutte potranno essere distrutte e un nuovo mondo pare, forse, inevitabile.

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