di Alessio Pulliani
Ci siamo illusi che qualcosa fosse cambiato. Il mondo occidentale, al tramonto della sua età dell’oro, è costretto a riconoscere che si era sbagliato, che aveva dimenticato il resto del mondo, un mondo dove le grandi conquiste sociali non erano mai avvenute. Restiamo attoniti di fronte a certi eventi, a certe parole, a certi discorsi, a certe idee che credevamo di aver sconfitto con l’informazione, con il progresso, con la memoria storica.
C’è stato un momento in cui abbiamo guardato al passato con aria sprezzante, dimenticandoci che lo scorrere del tempo non coincide necessariamente con un progresso.
Ci sembravano incomprensibili quegli uomini del passato che, dominando un piccolo pezzo di terra, immaginavano di avere in pugno l’universo e l’eternità. È così che abbiamo giustificato un’umanità da sempre violenta e sanguinaria, abbiamo riconosciuto loro l’attenuante dell’ignoranza, fino a convincerci che tutto questo non ci appartenesse più. Pensavamo di aver finalmente imparato. Avevamo conosciuto la vastità dell’universo, l’infinità del cosmo, la piccolezza della nostra condizione, l’insensatezza dello spargimento di sangue.
Dopo le grandi conquiste astronomiche, c’era chi diceva che tutto questo ci avrebbe insegnato l’umiltà. Dicevano che osservare il mondo dall’esterno, contemplare la Terra come un punto minuscolo nel buio, ci avrebbe finalmente liberati dalle nostre ossessioni tribali, dalle nostre pretese di centralità.
Eppure, non è andata così. Proprio questo mondo occidentale, che ha costruito gli strumenti stessi per poter smettere di essere miopi, alla sua miopia non ha saputo rinunciare. Proprio questo mondo, che celebrava il suo mito fondativo tra le macerie di muri che segnavano confini, non ha saputo resistere alla tentazione di costruirne altri, meno visibili, non meno invalicabili, muri fatti di potere per poi fare finta che oltre quei muri non ci fosse nessuno. Oggi quei muri si sgretolano grazie a un processo che sta rovesciando gli equilibri di potere e i rapporti di forza, vero, unico motore della Storia.
Oggi ci troviamo in un mondo che pensavamo appartenesse solo ai libri di storia. Abbiamo scoperto che il passato non è affatto passato. Che sotto la superficie ordinata delle nostre democrazie e delle nostre conquiste sociali continuano a muoversi le stesse forze di dominio e di distruzione.
Ci accorgiamo che esiste un altro mondo, fatto di persone come noi, ma che non vivono come noi, dove ogni diritto conquistato da una parte del mondo corrisponde a un diritto negato altrove. I diritti che una generazione occidentale considerava ormai inalienabili non lo sono affatto. Morire per una guerra insensata, morire per un confine, per un pezzo di terra, non è una reliquia del passato. È qualcosa di presente, di vivo, di attuale. Era sempre stato sotto i nostri occhi, abbiamo scelto di non vedere.
Pensavamo di essere migliori perché più informati, ma il problema non era la mancanza di informazione, bensì la nostra capacità di ignorarle. Nonostante disponessimo di strumenti che nessun’altra epoca aveva mai avuto, abbiamo ripetuto gli stessi errori di sempre.
Così oggi dobbiamo riconoscere che questa violenza non dipendeva semplicemente dall’arretratezza delle epoche passate, dall’impossibilità di comprendere quanto piccolo fosse il mondo. Scopriamo qualcosa di inquietante: che le stesse dinamiche che un tempo governavano un villaggio, una valle, oggi governano il pianeta intero. Una struttura frattale della storia, in cui gli stessi schemi si ripetono a ogni scala, sempre uguali, inesorabili, ineludibili.
Anche la tecnologia ci ha traditi. Ci siamo illusi che la crescita degli strumenti dell’informazione avrebbe neutralizzato la propaganda, che la verità avrebbe vinto sulla menzogna, che le immagini della guerra trasmesse al telegiornale delle 20:00 avrebbero reso impossibile voltarsi dall’altra parte.
Non è bastato. Non basta dare una voce a tutti, se nessuno è disposto ad ascoltare. Niente è mai davvero cambiato. Siamo condannati a riproporre all’infinito le nostre miserie, i nostri schemi di convivenza violenti e prevaricatori. L’oscura immagine dipinta dal demone della Gaia Scienza, la più bieca forma di interpretazione dell’eterno ritorno nietzschiano, il circolo infinito, la visione del Nano. Dobbiamo fare i conti con il fatto che nessun cambiamento reale possa avvenire restando uomini. Un limite di specie, un limite che possiamo chiamare ontologico se si pensa a queste logiche di dominio nei termini di una necessaria postura di questo particolare ente, l’essere umano, nei confronti del mondo. Niente può cambiare davvero, finché saremo uomini. Bisognerebbe oltrepassarlo quest’uomo, superarne non solo la forma storica, morale, politica. Venga l’oltreuomo, qualcosa che sia altro, che non sia passato attraverso l’uomo, ma oltre.
Dovrà morire l’Ultimo Uomo per portarsi nella tomba le miserie della sua specie.


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