di Gaia Maria Conti
11 aprile-15 dicembre 1961. Adolf Eichmann, ex tenente colonnello delle SS, accusato di crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, continua a dichiararsi «non colpevole nel senso dell’atto d’accusa» al cospetto della Corte distrettuale di Gerusalemme, che lo ritiene pienamente consapevole della natura criminosa delle sue azioni: in effetti – afferma l’imputato in propria difesa – quale forma di colpevolezza può essere riconosciuta ad uno zelante burocrate che non ha fatto altro se non eseguire ordini impartiti dai superiori?
2 aprile 1971. Presso la prigione di Düsseldorf ha luogo il primo di una lunga serie di incontri tra Franz Stangl, ex direttore del campo di sterminio di Treblinka, e la giornalista britannica Gitta Sereny, che desidera chiarire, attraverso una serie di interviste, le motivazioni storiche, personali, sociali che possono condurre un uomo a inabissarsi nelle tenebre del male. Ne usciranno settanta ore di conversazione – raccolte in seguito nel volume Into the darkness – dalle quali emerge il ritratto di un diligentissimo impiegato dell’apparato burocratico nazista, la cui unica preoccupazione è quella di garantire l’efficienza di un sistema perfettamente funzionante e, dunque, inoppugnabile.
Marzo 2020. In diverse città italiane, alcuni senzatetto vengono sanzionati dalle forze dell’ordine per non aver ottemperato all’obbligo di permanenza domiciliare, finalizzato al contenimento della diffusione del Coronavirus. Sarà poi l’associazione Avvocati di Strada Onlus ad avviare una raccolta firme per chiedere l’archiviazione dei verbali emessi, appellandosi, peraltro, al premier Giuseppe Conte, ai presidenti di Regione e ai sindaci. ‘Io vorrei restare a casa. Ma se una casa non ce l’ho?’ è il titolo della lettera loro indirizzata.
Ebbene, cosa accomuna un processo ad un gerarca nazista, una serie di interviste ad un vecchio direttore di un campo di concentramento e delle sanzioni ad alcuni senzatetto, colpevoli di non essere rimasti a casa durante l’emergenza sanitaria del Covid-19? Apparentemente nulla. Ma se riuscissimo, anche solo per un attimo, a immaginare queste tre scene spogliate dei loro ornamenti accidentali – collocazione storica e geografica, identità dei soggetti coinvolti ecc. – ci ritroveremmo al cospetto del medesimo inquietante protagonista: lo spettro, oggi pericolosamente incalzante, di una burocratizzazione totalizzante dell’essere umano, il quale rischia di assumere i tratti di un automa acefalo, privo di alcun margine di discrezionalità e di libera azione.
Cos’altro si cela, in effetti, dietro la cieca obbedienza di Eichmann e di Stangl ai dettami della Legge tedesca – riassumibili nella storpiatura dell’imperativo categorico kantiano, elaborata da Hans Frank, «agisci in una maniera che il Führer, se conoscesse le tue azioni, approverebbe» – e dei vigili italiani alle indicazioni del decreto ministeriale, se non l’ombra di un pernicioso apparato che, offrendo protocolli e regole rassicuranti, finisce per esentare i propri solerti funzionari da qualsiasi forma di responsabilità?
Ecco, dunque, raffrontati, nonostante le notevoli divergenze, tre casi esemplari di un processo in cui siamo tutti coinvolti, e che vede l’imporsi di un sistema difficilmente oppugnabile di procedure standardizzate, norme rigide e prescrizioni meticolose, cui noi, componenti di un ingranaggio articolato, composito e, tuttavia, infallibile, siamo chiamati ad attenerci scrupolosamente.
Immersi come siamo in pratiche – per dirla con Hartmut Rosa (H. Rosa, Situation und Konstellation. Vom Verschwinden des Spielraums, CC Live, München 2026) – costellative, vincolate, cioè, a decisioni prestrutturate, a pattern di manovra ben codificati, ci esponiamo in maniera via via crescente al fatale rischio di abdicare alla nostra competenza etica, di rinunciare, una volta per sempre, alla nostra facoltà di giudizio. A ben vedere, infatti, quale margine morale di arbitrio resta ad individui perfettamente uniformati al sistema, chiamati, dunque, non già ad agire, quanto piuttosto ad eseguire direttive, ad operare bene, al fine di garantire l’efficienza e la funzionalità dell’apparato? Significativa, a tal proposito, è la risposta che Stangl, interrogato da Gitta Sereny su come si sentisse nel compiere quegli eccidi, fornisce con inquietante naturalezza: «Quello era il nostro lavoro. Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinque e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esigeva il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema».
Il rischio che l’umanità, inquadrata in rigidi apparati onnipervasivi, si tramuti in un esercito di burocrati-esecutori privi di spirito critico e scrupoli morali non può che apparire, alla luce di quanto osservato, terribilmente concreto. Al fine di evitare una deriva simile, urge levare, all’unisono, un grido di dissenso che, squarciando la coltre di soporifera adesione alla logica deresponsabilizzante del sistema, si mostri capace di risvegliare le coscienze intorpidite di quanti, attenendosi con ossequiosa fedeltà al proprio ‘mansionario’, incedono, ottusamente, verso il baratro.


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