di Elisabetta Bizzarri
Se il Quattrocento fiorentino aveva innalzato l’individuo a «misura di tutte le cose», il XVI secolo ne raccolse i germi di crisi. In questo panorama di transizione, la corte estense di Ferrara si configurò come un unicum, crocevia di letterati e artisti che trovarono terreno fertile per esprimere le proprie eccentriche personalità. All’inizio del Cinquecento la corte ferrarese si trovava in una situazione instabile, soprattutto a causa del coinvolgimento del duca, Alfonso I d’Este, nella guerra della Lega di Cambrai (1508).
Giovanni di Nicolò Luteri, detto Dosso Dossi, nato nel 1487 da una famiglia originaria di Trento, documentato a Ferrara dal 1513, strinse con il duca un rapporto simbiotico, intraprendendo l’esecuzione di molteplici commissioni. Divenne il primo esponente del nuovo indirizzo culturale cui si rivolse Alfonso a partire dal 1520, desideroso di allontanarsi dalla fascinazione che aveva subito per il classicismo romano, anticipando le tendenze di un manierismo tutto padano, ricco di umori espressionistici. Dosso rispose in pittura a ciò che Ludovico Ariosto (1474-1533) trattava in letteratura: entrava in scena un’umanità dominata da passioni, incostanza e capricci. Dosso si rivelò capace di coniugare in un personalissimo linguaggio plurime sollecitazioni, fornendo un’interpretazione «talvolta persino indecifrabile» del mito, dei testi e della lingua ariostesca.
L’umanità di Dosso e Ariosto è dunque errante: perennemente in viaggio e incline all’errore; essere umani non è una condizione garantita dalla natura, ma un esercizio continuo. Esempio ne è il dipinto Apollo: in una sola immagine il pittore convoglia tutti gli episodi del mito di Dafne: cedendo alla passione e all’istinto, la forma umana viene fagocitata, perdendo i propri contorni per essere riassorbita dalla natura selvatica. L’allontanamento dalla razionalità classica romano-fiorentina si riflette nella rappresentazione immaginifica dello spazio e della spiritualità. Il paesaggio di Dosso Dossi è filtrato attraverso le lenti delle passioni umane: i suoi sfondi sono carichi di presagi, baluginanti.
In questi boschi tremolanti persino le figure sacre perdono il proprio dogmatismo. I santi di Dosso Dossi si spogliano della propria sacrosantitas, come il San Giovanni Battista, totalmente estraneo alla rappresentazione canonica dell’asceta: è una figura intrisa di energia terrena, calato in un paesaggio che pulsa delle sue stesse vibrazioni. Diviene evidente che anche il divino sia percepito, in questa congerie culturale, come a sua volta attraversato dalle inquietudini umane. L’uomo di Dosso Dossi e di Ludovico Ariosto, a fronte delle proprie battaglie, guadagna un vasto potere: la fantasia. L’apice di questa visione è raggiunto nel celebre Giove pittore di farfalle. Qui, il re degli dèi non sta governando il cosmo né scagliando fulmini: è intento a dipingere delle farfalle su una tela. La Virtù viene messa a tacere da Mercurio per non disturbare il capriccio creativo della divinità.
In questo contesto, la magia si configura come una sorta di dialogo intimo con le forze invisibili del mondo. Sia la personalità di Dosso che quella dell’Ariosto sono accomunate da una risorsa fondamentale: la capacità dell’ironia. Sorridono indulgenti di fronte alla caducità umana. La loro opera è un manifesto per l’accettazione della complessità dell’uomo, un essere che, abitando un equilibrio instabile, può perdersi, ma possiede la facoltà di ritrovarsi. I loro successori non avranno questo privilegio: calati nella cupa morsa controriformistica della seconda metà del Cinquecento, scopriranno un’umanità profondamente inquieta, in balia di se stessa. Ne sarà sconvolto Torquato Tasso, la cui opera sarà inesorabilmente risucchiata dall’angoscia, dal dubbio e dal senso di colpa.


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