di Gaiamaria Conti
Come non indugiare davanti al raccoglimento quasi devozionale di un bimbo che giocherella entusiasta con un comune oggetto di uso quotidiano: eccolo che siede assorto, mentre tasta avidamente il freddo metallo del cucchiaino da caffè o accarezza con cautela le setole ispide della spazzola per capelli, noncurante della nostra presenza. Quel maneggiare, palpare, sfiorare hanno tutta l’aria, per noi silenziosi spettatori, di costituire non tanto un ingenuo passatempo, quanto piuttosto una pratica esploratoria attraverso cui il bambino impara a intessere relazioni con le cose del mondo; come se in quel tocco maldestro si stesse compiendo il primo, arcano contatto tra l’uomo e l’universo, in virtù di una loro intima corrispondenza ontologica.
Ma ecco, d’un tratto, vibrare nell’aria un trillo elettronico: è il suono stridulo di una notifica, venuta a distoglierci dalla concretezza della realtà fisica, per scaraventarci, con inaspettata violenza, in una trama di dati, di informazioni, di non-cose che fagocitano, voraci, il fragile mondo oggettuale. Così, mentre il bimbo continua a familiarizzare con l’ordine terreno, noi scivoliamo, inesorabilmente, in quello digitale, che minaccia di derealizzare il mondo, rendendolo via via «sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale» (B. C. Han, Le non-cose, come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Torino 2022, p. 6).
Nell’era dell’informatizzazione, la labile materialità delle fotografie analogiche lascia spazio all’immutabilità sterile delle immagini digitali; lo sfogliare lento e accurato di libri e giornali cede il passo al frenetico scorrere del dito sullo schermo del cellulare; la corposità tangibile dei tratti di inchiostro che solcano le pagine di quaderni e agende viene scalzata dall’anonima impalpabilità dei caratteri digitati su una tastiera.
Alla presenza pericolosamente dilagante di dati privi di corpo e volume, rischia di esserci preclusa qualsiasi esperienza di familiarità, di intimità, di legame con gli oggetti. Persino la categoria di possesso – avverte il filosofo sud-coreano Byung Chul-Han – sembra vacillare nell’epoca delle non-cose: se è vero, in effetti, che «solo una relazione intensa con le cose le rende proprietà di qualcuno» (Ivi, p. 23), in quale misura possiamo ancora dirci detentori di un bene, circondati come siamo di informazioni fuggevoli, che non si lasciano custodire alla stregua di storiche fotografie di famiglia, conservare al pari di vecchi quaderni, consumare come carta stampata?
Ora, dunque, mentre l’ordine terreno, costituito dalle «cose del mondo» che rispondono al compito di «stabilizzare la vita» (H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2017, p. 156), si piega alla prepotente tirannia dei flussi informativi, l’umanità si dirige, disorientata, verso una profonda riconfigurazione ontologica: la pallida ineffabilità del regime dei dati si risolve a sbarrare il passo a quella forma di «commercio manipolante» con gli enti intramondani, ove, secondo la lezione heideggeriana, troverebbe il suo più pieno inveramento la natura dell’Esser-ci (Dasein), l’essere umano, cioè, inteso nella sua costitutiva compenetrazione alla dimensione cosale in cui egli si trova, ab origine, ad operare, progettarsi, intrattenersi, vivere. In effetti, per quale forma di manipolazione può passare la nostra esperienza del mondo, se ad occupare il nostro raggio di azione vi sono solo amorfi cumuli di informazioni prive di spessore materico da palpare? All’uomo non resta, allora, che brancolare, senza più appiglio alcuno, nel dominio delle non-cose, senza poter più sperimentare sulla propria pelle la visceralità dell’incontro tra carne e materia.
Nell’epoca della suprema disincarnazione del reale, il bambino gioiosamente immerso nella dimensione oggettuale ci appare, dunque, come l’ultimo custode di una verità dimenticata, un piccolo naufrago che stringe tra le dita i resti di un mondo perduto. Forse, osservandolo, dovremmo domandarci se non sia proprio in quel cucchiaino stretto in pugno, in quella ruvida carezza alle setole della spazzola, che risiede la nostra unica via di fuga: il timido, ma potentissimo, atto di resistenza di chi ancora preferisce il peso delle cose alla leggerezza dell’ordine digitale.


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