di Elena Cirioni
L’essere umano si rivela quando il tempo smette di promettere. Non nell’azione, non nel progresso, ma nella sospensione. È in questa zona di stallo che ho incontrato la scrittura di László Krasznahorkai. Scrittore ungherese, premio Nobel per la letteratura nel 2025, noto per una prosa sospesa tra la complessità della sintassi e la ripetizione ossessiva di umori e azioni. L’anno scorso ho avuto l’occasione di intervistarlo. Da giovane visse da vagabondo per sfuggire alla leva militare ungherese. Si arrangiava con lavori occasionali; tra questi, il guardiano notturno in una stalla. Un giorno, finito il turno, gli chiesero di aiutare nella castrazione dei maiali. «Io e il padrone li prendevamo per le zampe anteriori e posteriori e li portavamo all’uomo che doveva operare», mi ha raccontato. Non ha mai dimenticato le urla degli animali. Alzò gli occhi verso il tetto della stalla e vide filtrare un raggio di luce brunastra. Disse al padrone che non ce la faceva più. Tornò a casa e iniziò a scrivere Sátántangó, il suo capolavoro tradotto in Italia da Dóra Várnai, edito da Bompiani.
Krasznahorkai non voleva diventare uno scrittore. Voleva scrivere un solo libro, sottrarsi a qualsiasi ruolo riconoscibile nella società umana. Per terminarlo impiegò cinque anni. Il manoscritto iniziò a circolare e finì tra le mani del direttore di una casa editrice. L’editore nel testo lesse un attacco al regime comunista e decise di pubblicarlo. Il libro divenne un caso editoriale: ci si chiedeva come un romanzo così apertamente antisistema avesse potuto vedere la luce. «Quella pubblicazione è stata l’inizio della fine», mi dice con un sorriso ironico Krasznahorkai. L’uomo che ho incontrato in un bar del centro di Firenze non conserva molto di quel giovane vagabondo, eppure qualcosa resiste. Non tanto l’aura che si attribuisce agli scrittori che si leggono con passione, quanto un guizzo negli occhi quando ricorda quei giorni. In quella luce improvvisa si intravede già una postura precisa: il rifiuto di occupare un ruolo stabile, l’attrito con ogni forma di appartenenza. È da questa frattura che nasce la sua idea di essere umano.
Tutti i principali protagonisti dei romanzi di Krasznahorkai appartengono a questo mondo di emarginati, note armoniche in un concerto di voci stonate. Nel rifiuto d’appartenere alla società dove sono nati si nasconde una definizione dell’essere umano. Questi personaggi non occupano mai il centro della scena, sono sempre fuori posto rispetto ai valori sociali che li vorrebbero ordinare. «Quando mi criticavano dicendo: questo romanzo è troppo lento, i personaggi sono sempre lì. Rispondevo: loro non sono sempre fermi, stanno andando esattamente al ritmo della loro andatura. Questo non è realismo, è come vedere una cosa concreta che ha anche un significato traslato». László Krasznahorkai ha il piglio deciso di chi ha combattuto per esprimere il proprio modo di pensiero, ma mantiene la modestia di chi sa di essere grande. Torno a chiedergli quanto sia importante la narrazione circolare nei suoi romanzi come Sátántangó e lui mi spiega da dove deriva questa circolarità dell’azione.
«Nel Medioevo durante i rituali magici la ripetizione continua di certe azioni sfociava in uno stato d’animo oltre la realtà. La ripetitività dimostra l’infinito. Faccio un esempio: se si guarda un mulino d’acqua che gira per settimane mentre il fiume scorre, ci si rende conto che quel tempo è eterno. Eterno non significa infinito. Il tempo dei miei romanzi è eterno, i momenti in cui svolgono le loro azioni causali. Le mie storie vanno contro una certa logica e intelligenza, quella che va di moda nel nostro tempo e che ha dimostrato d’essere utile per il progresso. Ma ci sono anche dei grossi pericoli nell’usare questo tipo d’intelligenza e i nostri tempi lo stanno dimostrando. Questi sono i principi filosofici che uso nei miei romanzi, essendo un uomo dell’est Europa mi rendo conto che per la visione occidentale non sono molto chiari, ma è questo il mio modo di scrivere, dettato sempre dal caos. Da bambino i miei genitori mi davano sempre da bere latte e cacao, ma se invece mi avessero dato il caffè magari le cose sarebbero andate in maniera differente. La casualità regna sulle nostre vite».
Dopo queste parole ho capito che forse l’essere umano, nei mondi di Krasznahorkai, non è ciò che costruisce sistemi o ideologie, ma ciò che resta quando questi sistemi si incrinano. Non è la promessa, ma la sopravvivenza alla promessa fallita. Una creatura che continua a camminare anche quando non c’è una direzione. Assorbito questo dettaglio, i suoi romanzi mi appaiono ancora più strutturati e complessi, il manifesto di una filosofia ancestrale che forse si dovrebbe recuperare. Come ultima domanda chiedo allo scrittore magiaro quale sia il suo punto di riferimento letterario, quale autore ammira. Mi risponde senza nessuna esitazione: «Senza Kafka non avrei cominciato a scrivere. Per me Kafka è nell’Olimpo, mentre io sono lì sotto da qualche parte che vago e cerco un sassolino con la scritta Budapest per avere qualche indicazione».


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