di Sara Giacomelli

Le trasformazioni sociali influenzano profondamente l’epidemiologia delle malattie e mostrano il ruolo politico della medicina. Quello che uno studio epidemiologico si propone di fare è studiare come le condizioni sociali, economiche e ambientali influenzino la salute e l’insorgenza delle patologie all’interno delle popolazioni. La pellagra, il beriberi e lo scorbuto sono patologie diffusesi a causa di carenze nutrizionali tra popolazioni povere o tra i marinai. Altre, come l’asbestosi e la cosiddetta ‘malattia dei cappellai matti’, derivano da condizioni lavorative disumane.

Anche le migrazioni e la globalizzazione hanno contribuito all’importazione e all’esportazione di patologie diverse o nuove, come la Sifilide alla fine del XV secolo, o l’ebola nel 2014, modificando quello che era il panorama clinico dell’epoca e del territorio. Questi meccanismi coinvolgono differenti strati sociali, generi e aree geografiche. È tuttavia importante considerare come le fasce sociali più colpite siano solitamente quelle più fragili. La malattia non è solo biologia, ma un prodotto sociale, e in quanto tale deve essere trattata nella sua totalità: quella che in ambulatorio è un’accurata anamnesi e considerazione dell’ambiente che circonda il paziente, nel globale diventa una profonda analisi delle politiche, delle loro conseguenze e del loro impatto sulla salute pubblica.

Questi meccanismi sociali non appartengono unicamente al passato, ma si possono evidenziare anche nella contemporaneità, in particolare analizzando l’attuale situazione politico-sociale degli Stati Uniti.  L’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) esiste dal 2003 e già dal suo primo mandato, iniziato a gennaio 2017, Donald Trump ha rafforzato il sistema di detenzione e deportazione degli immigrati irregolari, espandendo dunque l’obiettivo anche a persone senza precedenti penali. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, iniziato il 20 gennaio 2025, hanno cessato di essere tutelati anche i luoghi protetti, ossia ospedali, chiese e scuole. Il passaggio da un modello targeted a uno quantitativo amplifica l’impatto sociale e sanitario delle politiche migratorie statunitensi, incidendo su più fronti, tra cui quello della salute. Quello che si va a evidenziare non sono solo lo stress o la paura come determinanti psicologici di malattia, ma anche le basi biologiche che possono peggiorare la salute della popolazione.

Una politica così rigida genera terrore, spingendo chi è in stato di necessità a non prendere l’iniziativa di rivolgersi a un ospedale o a ricorrere a pratiche domestiche, anche in caso di gravi problemi di salute. Da gennaio 2025, in Minnesota, si è verificato l’annullamento del 50% delle visite prenotate dai pazienti, tra cui anche residenti o regolarmente registrati sul territorio. Con la concentrazione degli agenti intorno agli ospedali, individui legalmente residenti negli Stati Uniti, ma a rischio di profilazione razziale, si dicono spaventati e disposti a prendere decisioni anche a scapito della loro salute. Persino i bambini che risiedono legalmente sul territorio statunitense, figli di immigrati e cresciuti in ambienti in cui è frequente l’odio razziale – legittimato dallo Stato -, sono affetti da depressione per paura di essere detenuti o rimpatriati. La violenza sistemica, diffusasi a causa degli arresti e delle modalità adottate dagli agenti ICE, contribuisce a creare un clima di terrore che, a lungo andare, può causare conseguenze psicologiche importanti.

Molti medici vanno a domicilio dai pazienti che ne hanno bisogno, ma così si può solo tamponare una spaccatura tra la cura continua che i pazienti dovrebbero ricevere e le cure urgenti. Vi sono pazienti con condizioni croniche che razionano i farmaci, come i diabetici con l’insulina, per paura di finirli e non riuscire a recuperarne altri. Nei centri di detenzione si è verificato un aumento della mortalità causato dal sovraffollamento, dalla riduzione delle cure e dall’aumento dei suicidi per il forte impatto psicologico a cui vengono sottoposti i detenuti. È molto importante vedere tutti i dati come veri e propri indicatori di qualità di quello che è il sistema americano sotto diversi punti di vista: politico, sociale e sanitario.

Da Edmund Pellegrino a Oliver Sacks, si fa spazio la teoria che la medicina sia la più umana delle scienze, proprio per l’importante ruolo che ricopre nell’analisi dei meccanismi sociali alla base della patologia. Davanti a un’ottica riduzionista, nella quale si isola la malattia come obiettivo di studio, con il passare del tempo si contrappone l’idea che l’individuo intero debba essere al centro. Il concetto di malattia è rilevante non nel suo assoluto, ma in quanto lede l’essere umano e si sviluppa con esso. Secondo Rudolf Virchow, «la medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala», implicando che la politica plasma la trasformazione sociale e quest’ultima è alla base dell’epidemiologia. La salute stessa diventa quindi un determinante politico, dando vita a quello che dovrebbe essere un circolo virtuoso di tutela, prevenzione e cura. 

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