di Valerio Tommassini
In un recente post su Instagram della pagina mangia.sogni, si può leggere una frase che vale la pena richiamare, perché fa riflettere sulla Human Condition nella nostra epoca: «Stiamo vivendo la trasformazione radicale del mondo in cui viviamo con la leggerezza di un meme, ridendoci sopra». Sono due gli elementi fondamentali che emergono da questa frase: da un lato, il fatto decisivo di una serie di processi globali che contribuiscono a ridefinire alla radice il modo in cui stiamo al mondo, ci relazioniamo ad esso e con gli altri; dall’altro, la maniera in cui agiamo e reagiamo di fronte a questa riconfigurazione generale. Ciò che si dispiega tra il fatto e la reazione ad esso è l’insieme delle tonalità emotive, mediante le quali anzitutto esperiamo il mutamento.
La principale di esse è, a mio avviso, l’ansia; l’ansia di fronte al fatto, che diventa denuncia di fronte alla reazione. L’ansia pare connessa al disorientamento generato dai rapidi (talvolta, rapidissimi) cambiamenti a cui si assiste; il disorientamento si presenta come incapacità di venire a capo di ciò che accade intorno a noi, tra di noi e financo dentro di noi. Non si tratta tanto dell’incapacità di nominare ciò che accade, cioè di cogliere alcuni degli elementi fondamentali che caratterizzano il presente, quanto di attribuire loro un significato, un senso, il verso-dove dell’insieme caotico. Il vissuto ansioso è indice di questo caos epocale, il quale è a sua volta prodotto combinato di trasformazioni a livello tecnologico, politico, sociale, ambientale.
In che senso, però, l’ansia diventa una denuncia di fronte alla reazione? Nel senso che già il fatto di nominarla e di cercare di inserirla all’interno di un lavoro attorno ad essa contribuisce a smontare quella leggerezza da click con cui copriamo l’intera faccenda, scrollandoci di dosso un mondo in trasformazione. Questo lavorare attorno all’ansia, intorno alla tonalità emotiva del nostro tempo, interrompe quella logica perversa secondo la quale l’unica alternativa al caos sarebbe il consumismo sfrenato di contenuti, ovvero la ricerca e la soddisfazioni di sempre maggiori stimoli. L’ansia denuncia la superficialità connessa alla logica circolare del consumo; tale logica si produce nella formula soggettiva dell’ora-non-ci-penso, attraverso la quale si riproduce il ben più oggettivo imperativo del non-pensarci. In tal modo, essa interrompe il flusso in cui siamo immersi quotidianamente e ci stimola a pensare. Questa esigenza del pensiero è, forse, l’emergenza del nostro tempo, nel duplice senso – e, forse, combinato – di ciò che sorge come novità, ma anche di ciò che richiede da parte nostra urgenza, quindi attenzione e cura.
In fondo, in tale emergenza del pensiero si condensano e riemergono le questioni antropologiche fondamentali, che interrogano gli esseri umani in maniera radicale sul loro modo di essere e di vivere, sulla loro relazione con il mondo che li circonda e con gli altri esseri umani. Sono le questioni che animano il sapere filosofico e che, riemergendo, contribuiscono anche a riaffermare l’importanza del contributo di quest’ultimo. In quale direzione, però, l’emergenza del pensiero e il sapere filosofico possono procedere di pari passo? Non nel senso di una riproposizione automatica di risposte già date e, in qualche modo, consunte. Il sapere filosofico non può riemergere nelle vesti gloriose di un sapere tradizionale già da sempre in possesso delle risposte sul mondo e sull’uomo, ma attraverso l’umiltà del domandare, che si condensa, solo momentaneamente, nella domanda «che significa?».
In questa umiltà del domandare, che il sapere filosofico ritrova nei grandi momenti di rottura e di novità radicale, esso può anche fornire nuovi stimoli per l’emersione di un pensiero che si costituisca a partire da e contribuisca ad alimentare nuove relazioni, un pensiero come espressione di solidarietà tra gli esseri umani, in grado di interrompere quel modo troppo leggero (e, in fondo, superficiale) con cui ci relazioniamo al mondo


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