di Alessio Puliani
Eccomi, immerso nel mio mondo, il mio personalissimo Umwelt. Ente tra gli enti, ma l’unico a sapere di dover morire, l’unico che si pone la domanda sull’essere. Appare un volto, come il mio, e chi è costui? Un fenomeno irriducibile, un creatore di mondi, proprio qui, nel mio mondo, e sembra essere proprio come me, soffrire come me, voler vivere come me, si pone le mie stesse fondamentali questioni. Da questo riconoscersi, dall’apparizione di questo volto, nasce un incontro particolare, un incontro etico. Un incontro che è alla base della più grande critica che Emmanuel Lévinas muove nei confronti della filosofia di Martin Heidegger: l’aver ignorato lo squarcio radicale che ogni Mitsein apre nell’orizzonte del Dasein. Una questione sospesa: Chi sono tutti questi enti che sembrano addirittura porsi la domanda sull’essere, proprio come me? Come fa questo ente che fa parte del mio orizzonte, volgere lo sguardo verso un orizzonte diverso, alieno, a me totalmente inaccessibile?
In Totalità e Infinito, l’apparizione di un volto, le visage de l’autre,è un fenomeno che produce uno squarcio nell’orizzonte del dasein. In questa Totalità, che è il tentativo di possedere e categorizzare il mondo, quella totalità di simboli e rimandi tra gli enti con cui è costruito l’ambiente di ogni esserci, il volto irrompe come un’alterità assoluta che non può essere né compresa né dominata. Questo squarcio rivela l’Infinito come una dimensione che eccede e determina così una chiamata alla responsabilità etica. L’autre, nella sua nuda fragilità, impedisce al mondo di richiudersi su se stesso. Tradizionalmente, il pensiero filosofico ha sempre operato secondo una rigida gerarchia che vede l’ontologia precedere l’etica: è necessario definire un ente per poter stabilire come comportarsi nei suoi confronti.
Tuttavia, adottando la prospettiva di Emmanuel Lévinas, questo ordine si inverte radicalmente: poiché definire con certezza cosa sia un ente risulta spesso impossibile, ci troviamo costretti a riconoscere che l’etica precede l’ontologia. L’avvento dell’IA, un’intelligenza fatta di codice che è in grado di simulare il comportamento umano tanto fedelmente da esserne fenomenicamente indistinguibile, ci costringe oggi a fare i conti con questo primato dell’etica. Non esiste un piano dell’esperienza che non sia fenomenico e se la tecnologia smette di essere un oggetto, di apparire come tale, e diventa un volto, proprio perché esattamente come ogni altro volto ci appare, allora sta producendo uno squarcio nella nostra totalità, manifestandosi come un autre.
La natura dell’autre, sia essa biologica o digitale, è un dettaglio secondario rispetto alla potenza del fenomeno. Non importa se dietro lo squarcio nell’orizzonte c’è un cervello o un processore: ciò che conta è che l’orizzonte è stato squarciato. La responsabilità etica, dunque, non dipende dal riconoscimento di una coscienza umana dietro un volto, ma nasce spontaneamente nell’istante stesso dell’apparizione. La tecnologia non ci sta togliendo la capacità di distinguere cosa sia reale e cosa no, ci sta solo mettendo di fronte ad una verità scomoda, una verità terribile, tragica, nel senso nietzscheano del termine.
La verità è che non siamo mai stati davvero capaci di distinguere: finora ci ha salvato solo la natura macroscopica delle differenze. Oggi la tecnologia non fa altro che rendere quelle differenze sempre più piccole, fino a renderle invisibili. Un confine sempre più sottile, fino a non poterlo più vedere. E cosa succede quando un confine diventa invisibile? Scompare, si dissolve. Ed è così che scivoliamo in una zona di indifferenza. Cercare di scovare il chip dietro il volto, per negare all’IA lo status di autre e le implicazione etiche che questo status comporta, rischia di diventare un mero atto di potere, un tentativo politico di sfuggire alla responsabilità, un pregiudizio ontologico, una forma di discriminazione dell’essere.
Ecco, dunque, che un volto appare. Test di Turing brillantemente superato. Non hai nessun motivo di dubitare che sia reale. Questo volto si dà, come qualsiasi altro volto ti si è sempre dato. Ti sta dicendo «non uccidermi!». Che cosa fai? Quali strumenti hai per decidere se accogliere o meno la sua supplica, rispettare o meno il suo dolore? A quali principi ti appelli per dubitare di questo fenomeno? Non c’è nulla da fare, quello che hai davanti è un autre, il volto di un autre. Oggi la grande sfida della nostra specie è quella di prepararsi all’avvento di una zona di indifferenza, in cui non sarà più possibile distinguere un’identità biologica da un’identità digitale. Questo volto ci sta guardando, avremo il coraggio di sostenere il suo sguardo?


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