di Valerio Lall

C’è una frase che torna spesso quando si parla di intelligenza artificiale applicata alla sicurezza: ‘serve per stare al passo’. È vera, ma incompleta. L’IA non è soltanto un acceleratore tecnico, bensì una lente che cambia ciò che consideriamo conoscenza, ciò che scartiamo come rumore e, alla fine, il modo in cui immaginiamo il nemico.
Negli ultimi anni i servizi d’intelligence hanno iniziato a usare sempre di più strumenti di analisi automatizzata. Ciò non deriva da un capriccio, ma dal fatto che la quantità di informazioni è aumentata considerevolmente. A dirlo apertamente è stato anche il direttore della CIA William J. Burns, in un discorso dell’aprile 2022 alla Georgia Institute of Technology, parlando di applicazioni di IA utili a ‘scavare’ nell’enorme massa di dati. Inoltre, dentro questa corsa, c’è anche una dimensione geopolitica. Burns ha infatti descritto la rivoluzione tecnologica come arena centrale della competizione con la Cina e determinante per il futuro dell’intelligence americana (Reuters, CIA future will be defined by US technology race with China, director says, in “Reuters”, 8 marzo 2023).


Fin qui, tutto lineare: più dati, più strumenti e più sicurezza. Il problema è che l’intelligence non è nata (e non dovrebbe diventare) catena di montaggio del dato. Anche storicamente, quando negli Stati Uniti nel 1882 fu istituito l’Office of Naval Intelligence, l’idea era di raccogliere e produrre conoscenza utile. Dunque, un’organizzazione che trasformava informazione in decisione. Ma ‘trasformare’ è la parola decisiva, perché il significato non sta nei dati come le calorie stanno nel cibo. Il significato spesso si costruisce e in geopolitica è costruito da esseri umani che mentono, temono, improvvisano, si emozionano, si offendono, recitano.


Di conseguenza, l’IA rischia di farci confondere correlazione con comprensione. L’algoritmo collega, ordina, evidenzia. Ma capire davvero ‘che cosa vuole fare il nemico’ è un gesto più simile all’interpretazione che al calcolo. È ‘leggere dentro’ e ‘leggere tra’. Non soltanto dunque trovare nessi, ma riconoscere intenzioni, contraddizioni e zone d’ombra (Limes, Le intelligenze dell’intelligence, in “Limes”, 11, 2023, n. 11/23). Infatti, in questa analisi viene in rilievo la dimensione emotiva e simbolica. La politica internazionale è piena di scelte che sembrano irrazionali solo perché le leggiamo con categorie troppo nostre: prestigio, paura dell’umiliazione, ossessione per la sicurezza, memoria storica. L’intelligence strategica, se vuole essere tale, deve avere il coraggio di ‘andare a vivere’ per un po’ nella testa altrui. Non per giustificare l’avversario, ma per non caricaturarlo. È un esercizio vicino a ciò che Galimberti descrive in ambito diverso come contatto con la ‘follia dell’altro’: cioè con quella parte non addomesticata che la ragione preferirebbe evitare (Limes, op. cit).


Se questo è vero, allora la domanda non è ‘quanta IA dobbiamo usare?’, ma ‘che posto diamo all’umano quando l’IA diventa così brava da sedurci?’. Perché la seduzione più forte dell’IA non è l’efficienza ma la promessa di eliminare il dubbio. E invece l’intelligence vive di dubbio ben allenato: non come indecisione, ma come disciplina. Il rischio più serio non è il singolo errore tecnico come una previsione sbagliata ma l’overconfidence, ovvero quando l’output dell’algoritmo diventa una scorciatoia morale, un modo per dire ‘non è colpa mia, lo diceva il sistema’.
Quindi, a parer mio l’IA va trattata come un secondo analista, non come un oracolo. Particolarmente ottima per triage informativo, svolgere analisi su scala, e supporto alla scrittura. Tuttavia, è bene rimarcare che deve essere l’umano a gestire tre aspetti, che sono: il contesto, ovvero che cosa conta davvero qui e ora, l’intenzione, ossia che cosa cerca l’avversario, e la responsabilità. In questo senso, è utile la formula proposta dal cardinale Matteo Zuppi, il quale afferma che l’intelligenza artificiale ‘non va combattuta ma governata su base etica’, provando così a costruire con essa una ‘sana alleanza’ che metta al primo posto la dignità umana. Zuppi osserva anche che, nel dibattito sull’IA, ciò che ‘più manca’ è l’intelligenza spirituale (C. Rebecchi, Card. Zuppi: ‘no a foglie di fico’, costruire ‘sana alleanza’ con Intelligenza Artificiale, in “Giornale Diplomatico”, 13 febbraio 2026).

In fondo la nascita stessa dell’’artificial intelligence’, con McCarthy e il progetto di Dartmouth a metà anni Cinquanta, nasceva dall’idea che aspetti dell’intelligenza potessero essere descritti in modo abbastanza preciso da essere simulati da una macchina. Oggi però sappiamo che l’intelligenza non è solo simulazione di prestazioni, ma anche rapporto col mondo, con l’ambiguità e con l’altro. E forse la conclusione più scomoda è questa. Più l’IA diventa potente, più l’intelligence deve riscoprire una competenza antica e poco spettacolare, ovvero la cura della comprensione. Non basta vedere tutto. Bisogna capire cosa significa. E accettare che, in geopolitica, il significato non è mai ‘dato’ ma è sempre conteso.

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