di Lucrezia Romussi
Parthenope, la protagonista dell’omonimo film di Paolo Sorrentino, a metà pellicola pronuncia una frase delfica:“Raimondo confondeva l’irrilevante con il decisivo, come tutti in questa città”. La ragazza si riferisce al fratello ma, forse, agli esseri umani in generale. Quante volte,coinvolti dalla routine, confusi dall’abitudine, paralizzati dal tempo, timorosi del futuro, confondiamo il superfluo con il necessario? Rivolti all’ordine neghiamo il caos, esaltiamo l’esistenza e annientiamo la vita; evitiamo per non comprendere, semplifichiamo respingendo la complessità: insomma, quante volte non impariamo a esseri umani? Ma cosa significa riconoscersi come persone? Filosofi, antropologici, sociologici e intellettuali da secoli tentano di rispondere a questo quesito; ogni proposta, se pur articolata, interessante e valida teoricamente, sembra cogliere un unico aspetto specifico e non il quadro generale dell’umano. Ciascuna prospettiva sicuramente rappresenta l’essere in modo peculiare e fondamentale; tutti i contributi proposti finora sul tema sono di estrema rilevanza perché tratteggiano l’individuo e le sue caratteristiche.
Tuttavia, se fossimo costretti, per una strana coincidenza del Destino, a scegliere di poter ricordare una sola tra le vastissime teorie sull’umano, per quale opteremmo? Quale sarebbe per noi la prospettiva necessaria da dover rammentare? Probabilmente ciascuno prediligerebbe quella che più reputa confacente alla sua idea di umanità. Forse, però, questo atteggiamento risulterebbe troppo parziale, e per ciò intriso di approssimazione, come allora provare a raccontare l’essere umano attraverso una sola interpretazione generale. Ancora una volta Sorrentino, con Parthenope, fornisce qualche strumento forse utile a raggiungere il nostro fine. La protagonista del film rappresenta l’ineffabilità umana, la chiarezza e contemporaneamente l’oscurità. Parthenope è quel punto di luce così puro e profondo da celare in sé anche l’ombra abissale. Comprendere le contraddizioni del vivere, le polarità dell’esistenza, le incongruenze, aiuta forse a diventare persone. Tutti noi dalla nascita siamo esseri umani nel senso biologico del termine; probabilmente però solo vivendo, sperimentando, osservando, si diventa individui a livello ontologico.
Come ricorda la pellicola sorrentiniana, eliminando il superfluo, concentrandosi sul decisivo è possibile vedere antropologicamente, cioè accogliere la propria debolezza, riconoscere lo spazio dell’altro, accettare le contraddizioni interiori e, soprattutto, muoversi nel mondo alla ricerca della bellezza e dello stupore. L’umano profondamente inteso è ineffabile, fluido, mutevole, polare, incongruente o, forse, dovrebbe aspirare ad esserlo. Non è necessario tentare ogni giorno di definirsi operando una reductio ad unum, scartando parti sé, eliminando spazi interiori fondamentali; è umano troppo umano preferire le linee alle sinusoidi, la chiarezza all’opacità, la superficie all’abisso, ma le semplificazioni spesso degenerano in nevrotismi, finzioni apparenti, ordini precari e mali di vivere veri. Sovente intrappolati dal vortice consumistico e capitalistico contemporaneo, inseguiamo una narrazione dell’esistere rivolta alla felicità e alla produzione; tristezza, malinconia, angoscia, turbamento, mancanza sembrano problemi da evitare accuratamente, negandoli prima a sé stessi e, poi, agli altri.
Tutto deve essere leggero, raggiungibile, spiegabile, dimostrabile, formulabile, lampante, produttivo ed efficiente. Parthenope, invece, dimostra che contemporaneamente si può essere felici e tristi, vivendo la trascendenza dell’esistenza nel suo senso più completo. Nel film sembra che fugga da sé stessa, dagli amici, dagli amori e dai genitori, ma, forse, proprio attraverso questa uscita e rientrata in sé riesce a cogliere ogni attimo come eterno. Nella contraddizione della vita si cela l’imparare a diventare persone, senza intendere l’esistenza come un catalogo di caratteristiche da imitare e mai confutare. In una scena del film Parthenope ritrova bellezza nel figlio del suo professore di antropologia; il ragazzo ha connotati oltreumani, alterna un riso irreverente ad una dolcezza disarmante e stravolge le regole del bello, concependo direttamente il sublime. In lui si fondono, l’acqua, incarnazione di innocenza e meraviglia, e il sale, esemplificazione di crudezza e durezza. Parthenope riesce a cogliere in questo personaggio tutte le contraddizioni e ad esaltarne l’assoluta bellezza, perché, in definitiva, comprende ciò che resta di noi, del nostro trapassare, del nostro inutile ma anche indispensabile esistere: una malinconica e ironica risata.
Ora, tornando al quesito iniziale, possiamo dire che per divenire esseri umani, è forse indispensabile non confondere l’irrilevante con il decisivo, perché solo così si attraversa la vita con ironia e si assume nella contraddizione il più grande senso dell’esserci.


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