di Lorenzo Di Cesare
Il mondo contemporaneo ha un problema con l’individuo. Negli ultimi due secoli – ovvero dall’inizio del paradigma tecno-positivista dominatore del mondo attuale – la riflessione filosofica, storica e sociale ha riservato a poche altre concettualità un trattamento così ambiguo e versatile: sfruttato e smembrato dalle menzogne pubblicitarie, annichilito o esaltato (a seconda della convenienza) dalle ideologie totalitarie, l’individuo è stato il padrone assente del ventesimo secolo con cui tutti hanno dovuto fare i conti, ma che tutti avrebbero volentieri evitato. È sufficiente pensare che strutturalismo e decostruttivismo, genericamente antitesi l’uno dell’altro, non hanno mai trovato migliore accordo che sulla necessità inamovibile di annientare il concetto individuo, mentre le eccezioni sono state perlopiù quelle portate dal recupero della tradizione: Jacques Maritain e il suo personalismo cristiano, gli epigoni della Fenomenologia husserliana, i vari profeti del liberalismo etico e sociale (ed economico).
L’originalità di una riflessione autentica sul tema, a ben vedere, è un quasi esclusivo appannaggio di Martin Buber e del suo principio dialogico. L’individuo è debole, fragile, ma resiste: più lo si vuole scartare, più esso ritorna prepotentemente sulla scena della Storia, come ci dimostra il nostro contemporaneo. Riflettere approfonditamente sulla possibilità o impossibilità di una sua fondazione metafisica – anche al netto di tutte le esperienze che lo hanno impoverito, non eliminabili – è un compito troppo ampio e arduo, ma meditare sul ruolo da riservargli nella memoria collettiva della nostra epoca, anche solo come fenomeno, è una necessità sempre più presente.
Ogni individuo, quotidianamente, costruisce la memoria. I paradigmi anti-individualisti (e, in ultima istanza, strutturalisti o strutturalisti latae sententiae) hanno contrastato in ogni modo questa realtà, ritenendo che – al pari di ogni azione, parola o segno lasciato sul terreno della discussione individuale – anche la costruzione della memoria fosse da considerare mera manifestazione del sistema storico di riferimento; ogni lettera, ogni documento, ogni articolo di giornale, persino i tweet di Donald Trump o i post su TikTok, sono da considerare solo in relazione al loro valore rappresentativo e imputabili – da un punto di vista teorico – solo alla società che ha permesso la loro produzione e conservazione. Tutti lo fanno e nessuno lo produce, verrebbe da dire,citando un vecchio detto globalista: eppure nessuna memoria “costruita” potrebbe (né sarebbe mai potuta) sorgere senza la conservazione di una memoria “individuale”. La materia prima, come la si potrebbe chiamare, è sempre l’individuo con le sue esperienze, le sue suggestioni, le sue manipolazioni e le sue nevrosi, unite in un insieme unico e irripetibile e ben più complesso di quello sociale, nel quale inevitabilmente confluisce: eventi storici come la Resistenza nel Novecento o le esplorazioni scientifiche in epoca barocca traggono la loro fondazione ontologica nella scelta di migliaia di singoli individui che, concretizzando le istanze della società nella propria personalissima esperienza, hanno creato il presupposto per la sussistenza degli eventi stessi.
Tale presupposto, anche alla luce delle pressioni dell’ambiente, non può essere dimenticato. Nella costruzione della memoria che la nostra epoca sta approntando per i posteri, invece, la consapevolezza dei fattori sociali e della loro influenza sui singoli sembra fagocitare la coscienza individuale: presunti esperti del settore dichiarano in anticipo quanto avverrà domani o dopodomani sul fronte ucraino e quale decisione prenderà o non prenderà il presidente degli Stati Uniti, il tutto in base a raffinatissime analisi di sistema, che giorno dopo giorno lasciano però il posto all’imprevedibilità di decisioni arbitrarie legate a singoli della politica e dell’economia. Certo è ancora possibile, anche lecito, ricondurre la bizzarra e inquietante figura di Elon Musk al sistema capitalistico che ne ha permesso l’insediamento ai vertici della finanza mondiale; ma anche ammettendo ciò la realtà del singolo individuo, con tutte le sue esperienze psicologiche, culturali e ambientali, rimane un dato storico non eludibile per offrire una giustificazione dei suoi molteplici colpi di testa. Il tentativo di ridurre l’individuo a persona è poi esausto: la psicologia ci ha dimostrato quale sia il livello di particolarità nascosto nel vissuto di ognuno e quanto esso possa sfuggire a una completa comprensione, sicché l’unica certezza storica riguardo l’individuo rimane la sua sussistenza fenomenica, pesante e agente nel mondo.
L’epoca contemporanea forse è il tempo dei folli (tanto per recuperare un caso caro allo strutturalismo foucaultiano) ma la sua memoria non potrà concludersi solo in comode letture di sistema, ma dovrà anche e necessariamente comprendere aspetti biografici unici e degni di una critica ad hoc. Da questo punto di vista il valore storico del nostro account instagram, in futuro, non sarà solo di immagine della nostra epoca, ma anche di testimonianza del contributo – o della resistenza – che avremo offerto ad essa.


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