di Elisabetta Bizzarri
Il Concilio di Trento, convocato nel 1542, ma aperto solo nel 1545, ebbe l’obiettivo – com’è noto – di rispondere alla Riforma scatenata da Lutero dal 1517, puntualizzando e riscrivendo i dogmi della Chiesa cattolica romana e definendo in negativo ciò che, al contrario, era da condannare come eretico. Parallelamente, la nascita della Congregazione del Sant’Uffizio (1542) orientò l’azione ecclesiastica verso il perseguimento sistematico dell’eresia. Mentre Lutero depennava i sacramenti, la Chiesa di Roma ne ribadiva l’imprescindibilità per la salvezza, investendo massicciamente sulla confessione auricolare come strumento di governo delle coscienze. I confessori furono arruolati nei ranghi dell’Inquisizione: a partire dal 1559, investiti di una nuova funzione amministrativa e giudiziaria, divennero parte della «polizia delle coscienze» (Prosperi 1996).
Non si deve dunque trascurare l’impatto di questa rivoluzione, che investì l’esercito dei sacerdoti secolari, dei curati, dei chierici, dei cappellani. Ogni confessore doveva essere istruito debitamente sulla casistica e conoscere la letteratura più recente in materia di eresia, continuamente in espansione. Ogni prelato era chiamato a essere un arto funzionante di un grande corpo perfetto, ma questo non era facilmente realizzabile (Turchini 1994). Infatti, prima di Trento, la realtà quotidiana dell’amministrazione del culto nelle pievi prevedeva che un parroco rispondesse quasi esclusivamente al governo cittadino; l’autorità del vescovo era debole, e, quasi nessun vescovo rispettava l’obbligo di residenza nella propria diocesi – questo almeno fino all’ascesa al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, che impose un imponente trasferimento fisico di tutti i vescovi alle loro sedi (Del Col 2006, Prosperi 1996). A questi sacerdoti, che agivano secondo le proprie consuetudini, fu chiesto di modificare in breve tempo il proprio modo di lavorare: di rispondere all’autorità vescovile, e successivamente a quella inquisitoriale; di riconoscersi parte di un grande sistema; di abbandonare i legami con le autorità cittadine per entrare a far parte della nuova catena di comando ecclesiastico (Prosperi 1996).
Al principio del suo farsi l’Inquisizione si era appoggiata a strutture preesistenti sul territorio, proprio come i vescovadi. In questa finestra temporale (1540-80), vescovi come Carlo Borromeo tentarono di realizzare una diocesi-stato, di accentrare nelle proprie mani i poteri di pastore, capo e inquisitore, ma le sue idee si scontrarono violentemente con le abitudini del clero locale e fallirono (Del Col 2006, Prosperi 1996). È da notare anche che i vescovi, esponenti del clero secolare, si contrapponevano agli inquisitori, selezionati tra il clero regolare contemporaneamente, dal momento che i margini d’azione del Sant’Uffizio non erano ancora stati ben definiti, né la totalità dei casi ad essa riservati.
La dimostrata inadeguatezza dei vescovi sul campo portò però a loro una definitiva subordinazione al pontefice, sancita da Gregorio XIII nel 1573, con la costituzione della Congregazione dei Vescovi, istituita ufficialmente da Sisto V nel 1588 (Del Col 2006). Dagli anni Ottanta del Cinquecento la Congregazione del Sant’Uffizio stabilì chiaramente i propri ambiti di intervento e le proprie circoscrizioni territoriali, arrivando a impiantarsi capillarmente sul territorio grazie all’instaurazione dei vicariati foranei: il ruolo di vicario fu ricoperto soprattutto da secolari. Il sacerdote, dunque, oltre a dover essere un ministro del culto, un funzionario della Santa Chiesa e un obbediente servitore della Santa Inquisizione, si trovò a dover svolgere attività importanti a livello amministrativo e giudiziario nei tribunali periferici del Sant’Uffizio.
Il Concilio di Trento fissò requisiti per l’accesso al sacerdozio: si valutava l’aspetto fisico complessivo, l’istruzione del candidato, nonché l’adeguatezza a ricoprire il ruolo. Il curato aveva dunque un ruolo chiave: doveva testimoniare con la sua persona l’efficienza dell’Inquisizione e la purezza della Chiesa; doveva curare le anime a lui affidate e gestire la propria parrocchia, «centro di vita sacramentale e luogo della quotidiana gestione del sacro, ma anche anagrafe, centro di assistenza, perno di vita spirituale» (Turchini 1994). Non era ammissibile che un atteggiamento irrequieto e scandalistico inficiasse tutta la rete che su di lui poggiava. Per questo, ad esempio, la crescente tensione che si imponeva ai parroci fece sì che, in Spagna, il reato dell’adescamento in confessione (sollicitatio ad turpia) venisse stralciato dalla lettura pubblica degli Editti di Fede. Dal 1571 al 1576 non se ne trova menzione: si credeva infatti che, anche solo sentire nominare il reato e le condizioni in cui poteva avvenire, potesse scatenare la fantasia di sacerdoti altrimenti irreprensibili. È quella che Adriano Prosperi ha denominato «pedagogia negativa».


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