di Alice Caruso Cardini

Composta da Euripide negli ultimi anni del V secolo a.C., nel crepuscolo della guerra del Peloponneso e della crisi della polis ateniese, Le Baccanti continua a imporsi come un dispositivo teorico di straordinaria attualità. Il testo non appartiene semplicemente alla storia del teatro antico, ma intercetta una domanda filosofica e politica che attraversa ancora la modernità: cosa accade quando il potere tenta di controllare e normare una trasformazione sociale che eccede le sue stesse categorie di lettura?


C’è un momento, nella tragedia, in cui la città di Tebe smette di essere un ordine geometrico e diventa un corpo vivo che trema. Non si tratta di una transizione lineare, né di una crisi governabile, bensì dell’irruzione di una vitalità irriducibile che mostra improvvisamente la fragilità strutturale delle istituzioni. È in questo spazio instabile che Euripide inscrive la figura di Dioniso: non come dio dell’eccesso, ma come forza che rende visibile il fatto che ogni ordine politico è, fin dal suo principio, costitutivamente attraversato dalla propria disgregazione. Il ritorno del dio sotto le sembianze di uno straniero apre una frattura simultaneamente normativa e soggettiva. All’interno di questa spaccatura, le donne tebane lasciano il telaio, il loro ruolo sociale, e vengono attratte fuori dalle mura e tradotte sul monte Citerone, dove la loro identità si dissolve in una metamorfosi collettiva che la polis non è in grado di decodificare se non come patologia e follia.

La risposta di Penteo, giovane sovrano ossessionato dalla disciplina, è immediata: reprimere, identificare, ricondurre alla luce ciò che sfugge. Il suo gesto non è semplicemente politico, ma primariamente ottico. Egli pretende di osservare il mutamento dall’esterno senza esserne toccato, cercando di ridurre la trasformazione stessa a un oggetto di controllo. In questo senso, Penteo incarna la logica che Michel Foucault ha descritto come struttura panottica del potere: uno sguardo sovrano che pretende di governare il vivente proprio perché si posiziona come invisibile e asimmetrico.
Questa architettura di sorveglianza subisce però un primo, decisivo cedimento con il terremoto che scuote il palazzo reale. Le mura di Tebe non crollano solo come struttura fisica, ma come dispositivo politico di separazione: salta la linea di demarcazione tra interno ed esterno, tra la ragione civica e l’alterità della natura.

Eppure, di fronte al crollo dei suoi confini, Penteo non arretra; al contrario, radicalizza la propria ossessione ottica. Accettando il consiglio ironico di Dioniso, il sovrano si traveste da donna e sale sul Citerone, collocandosi sulla cima di un abete. È il tentativo disperato di conquistare un punto di osservazione assoluto, uno sguardo verticale capace di rimpiazzare le mura crollate, cercare di vedere tutto senza essere visto. È precisamente qui che il dispositivo si rovescia nel suo contrario. Sul monte, lo sguardo che pretendeva di dominare si scopre esposizione assoluta. Penteo viene visto dalle baccanti; così come osserva, viene osservato. Il suo punto di vista privilegiato diventa la sua trappola, viene tirato giù dall’abete, dall’altezza della sua visione. Dioniso, in questo modo, non distrugge il potere dall’esterno, ma ne svela la costitutiva instabilità, portando alla luce il punto esatto in cui il massimo controllo coincide con il massimo pericolo.

Lo sparagmòs finale — lo smembramento di Penteo per mano delle baccanti tra cui sua madre Agave — perde così ogni residuo religioso per rivelarsi come un evento squisitamente politico. Il corpo del sovrano viene fatto a pezzi nel momento esatto in cui fallisce la sua pretesa di contenere la metamorfosi della polis da una posizione di distacco. Quando Agave rientra a Tebe recando sul tirso la testa del figlio, convinta di aver abbattuto una fiera selvaggia, l’illusione ottica del potere si rovescia in una cecità tragica: Tebe smette di essere uno spazio ordinato e rivela la frattura insanabile che la attraversa.

La tesi che Le Baccanti consegnano alla modernità scardina l’idea di una transizione pacifica verso nuovi equilibri. Il dispositivo panottico si rovescia fatalmente contro il re, dimostrando che nessun regime di controllo può sottrarsi alle forze che esso stesso genera nel tentativo di reprimerle. Lo smembramento di Penteo non simboleggia la vittoria del caos sull’ordine, ma la distruzione dell’illusione che una società possa restare immobile.  Nelle Baccanti, il conflitto non rappresenta l’anomalia della comunità, ma la verità strutturale di ogni autentica trasformazione sociale.

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