di Daniil Dzinin

Il percorso dell’umanità in quanto forma di vita – biologicamente e culturalmente connotata – è costellato da numerosi interrogativi e fra questi vi permane la seguente domanda: la nostra forma di vita è suscettibile al cambiamento in quanto tale? Una questione sempre più legata alla nostra epoca segnata dal repentino implementarsi delle tecnologie in ogni campo. Eppure, cosa dovrebbe significare una frase così d’impatto come quella che si interroga sull’alterazione della nostra forma di vita? Agli occhi del filosofo Ludwig Wittgenstein (1899-1951) si tratterebbe di una domanda ‘insensata’ e il modo in cui quest’ultimo ha affrontato il tema delle forme di vita non solo mette un freno a simili interrogativi fuorvianti, ma ne mostra il carattere genuinamente ‘naturale’ all’interno della forma di vita. Il ruolo di questa è in effetti un punto d’orientamento fondamentale e dichiararne il superamento o il cambiamento implica una reale alterazione del nostro generale senso d’orientamento nel mondo. Queste posizioni non avanzano però una visione conservatrice, ma propongono una metodologia feconda per lo sviluppo di un senso orientativo alla portata di tutti.

A cominciare dall’insensatezza di una domanda che si interroghi sulla possibilità di cambiare la forma di vita, emerge chiaramente la coerenza con cui Wittgenstein ha trattato questo tema. Il quale è usato un numero esiguo nelle sue Ricerche filosofiche, dove il concetto di ‘forma di vita’ si ripete solo cinque volte. Una scelta determinata dal fatto di non poter parlare direttamente di un tema tanto insondabile, per cui un simile sforzo non porterebbe ad un risultato ottimale ed impeccabile, ma solo ad «una raccolta di schizzi paesaggistici» frutto di «lunghe e complicate scorribande». In tal senso Wittgenstein descriveva il lavoro delle sue ricerche e in cui perseguiva il debellamento di diversi concetti essenziali a favore di un loro carattere relativo al contesto d’uso nella forma di vita. Il caso delle forme di vita è assimilabile in tal modo al tema dei giochi linguistici in quanto non recintabili da definizioni chiuse e complete. Se si pensa alla diversità abissale tra giochi come il rugby e la dama, risulta possibile cogliere la funzionalità costante del linguaggio in tutti i suoi molteplici aspetti. La versatilità di un gioco attraverso i suoi usi possibili permette molteplici operazioni e di conseguenza un ampliamento del concetto sotto cui queste ricadono.

Da una parte questo ci riporta alla descrizione ‘aperta’ di gioco e dall’altra ci deve mettere in guardia su un altro aspetto per cui la totale versatilità del linguaggio in genere non esime questo dal trascinarci in ampi ‘fraintendimenti’. Questi imprevisti sono dietro l’angolo quando «il linguaggio fa vacanza» scrive Wittgenstein e suggerisce come l’uso improprio di certi concetti comporta un doppio rischio: in primis si fraintende l’uso quotidiano di un concetto, in secundis il fraintendimento in atto non è ovvio dal momento che sta sempre sotto i nostri occhi e il suo visibile occultamento è agevolato dal linguaggio stesso, nel quale anche i fraintendimenti continuano a funzionare senza dare nell’occhio. Lo stesso discorso rimane valido per tutto il vasto panorama di segni, gesti e parole che si intrecciano nel ricamo del nostro linguaggio.

Ecco perché il tema delle forme di vita è perfettamente in linea con quello dei giochi linguistici, dacché entrambi non hanno una definizione chiusa e il loro uso diventa più rischioso nel momento in cui si cerca di recintarli anziché esplorarli in lungo e in largo alla luce degli usi che la vita quotidiana ne offre. A conferma di ciò è sufficiente ricordare il §23 delle Ricerche in cui «la parola “gioco linguistico” è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita». Perciò per Wittgenstein non si può parlare della forma di vita come di un qualcosa oggettivamente dato, d’altronde è contro una simile percezione di concetti che lui va combattendo nelle sue opere. Tutto quello che ci rimane da fare di fronte simili concetti ‘aperti’ è di procedere con cautela attraverso una serie limitata di esempi tratti dalla vita quotidiana e che permettano di fermare lo scorrere delle nostre domande incessanti.


Dunque, una forma di vita e i suoi problemi non cambiano mai? Ebbene, si noti un altro passaggio di Wittgenstein dal §23 per cui: «nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici […] sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati». Un cambiamento che in quanto attività è sempre in corso, ma si noti entro quale dimensione: quella linguistica. Il che suggerisce i due volti principali di una forma di vita, quello naturale e quello culturale. Il presunto cambiamento di cui si è parlato è caratteristico del secondo volto, quello culturale in quanto dimensione di senso; mentre il volto naturale è quello dove il cambiamento è possibile, certo, ma come già dall’inizio suggerito presuppone una perdita totale del senso di orientamento. Se cambia il volto biologico della forma di vita allora ne cambiano le domande e le risposte (sempre che un linguaggio per porle rimanga). Poiché, o tutto rimane dentro una dimensione di senso o subentra il totalmente altro.

Così come Dio non ha tolto il verbo agli uomini nel mito della Torre di Babele, ma solo diversificato lo strumento linguistico a disposizione, così l’avanzare del progresso non intacca minimamente un’attività intrinseca come quella di dover chiamare i nostri figli con nomi diversificati anziché usare pronomi o semplicemente indicare loro le azioni da fare. Il progresso ha certamente un impatto sulle vite di tutti noi, ma non per questo va a cambiare il terreno su cui si muovono le nostre inquietudini, soluzioni ed errori eventuali coi quali la nostra forma di vita si adorna e si rattoppa. Ecco perché per Wittgenstein «il nostro linguaggio è sempre lo stesso e ci seduce di continuo verso gli stessi interrogativi. […] finché ci sarà tutto questo, gli uomini seguiteranno a imbattersi nelle stesse enigmatiche difficoltà»5. L’esito finale sta nel notare quanto l’avanzare del progresso non ha infiacchito le riflessioni su noi medesimi e quello che vi somiglia anzi ne hanno evidenziato ed accelerato la perseveranza.

CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 82

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *