di Leonardo Geri
Kees Popinga è un uomo che vive nel lusso. Ha la villa più bella del quartiere, la stufa migliore, ‘un’ottima moglie’ e dei sigari incredibilmente raffinati. Simenon non perde occasioni per descrivere quanto tutto ciò che lo circonda sia di prima qualità. È padre di due figli e procuratore della Julius de Coster en Zoon, tra le più importanti ditte di tutta l’Olanda se si parla di commercio e forniture navali. Svolge in maniera talmente zelante il suo lavoro, che è nei suoi pensieri anche a fine giornata, in particolare alle otto e mezza quando, comodo nel tepore di casa ma risoluto nei suoi propositi, decide di sincerarsi che tutto sia pronto a bordo della nave che da lì a poco sarebbe salpata con un importante carico di nafta.
Vi è tuttavia un unico problema che avrebbe cambiato per sempre la vita di Popinga: a bordo del battello non c’è nessun carico e, cosa ancora più grave, nessun impiegato dell’azienda. Entrato su invito in un locale poco rispettabile che solo nelle sue fantasie più nascoste credeva di frequentare, trova il suo principale, Julius, sorridente fronte a uno spesso bicchiere di grappa. Questi lo fa sedere vicino a sé e gli sciorina una serie di notizie che hanno dell’incredibile: l’azienda è in bancarotta fraudolenta; per anni Julius si è dato a speculazioni illecite; la polizia indagherà su Popinga ritenendolo complice di attività illegali e il principale inscenerà la propria morte per fuggire all’estero, riprendendo con ogni probabilità e sotto altro nome ciò che ha impunemente fatto sinora.
Assistiamo da questo momento allo svolgersi di una profondissima crisi identitaria. Il primo, grave fatto che detterà le coordinate entro le quali Popinga si muoverà, è l’omicidio ‘involontario’ dell’entraîneuse Paméla. Da qui, comincia una fuga e un dover fare i conti con la polizia e la malavita che lo porterà dall’Olanda alla Francia, Parigi in particolare. Ci si sbaglierebbe, tuttavia, se si pensasse a questa latitanza come a qualcosa di adrenalinico e rocambolesco. Popinga è, al contrario, estremamente freddo e calcolatore, senza alcuna nostalgia per la vita lasciata dietro. Ora che non deve più continuare la farsa del borghesuccio cui era rilegato, può finalmente essere tutto ciò che desidera.
Ma il problema è proprio questo. Popinga non sa chi è o, più correttamente, non sa chi deve essere. Dopo una vita intera passata a desiderare ed essere ciò che sin da bambino gli è stato detto di volere e incarnare, troviamo un uomo incapace di reinventarsi e ascoltarsi. Simenon non perde occasione di porci fronte a una persona che, pur essendo stata allontanata dalla società borghese, continua a portarne in sé gli effetti più estremi. Lo vediamo nei frutti che essa ha lasciato in questo suo figlio: frutti senza semi, sterili, che impediscono qualsiasi formazione dell’io. Popinga, nel corso di tutta la sua vita, non ha imparato nulla sul proprio conto, e ora si trova, nudo, con la presunzione di potersi costruire una vita.
L’esempio forse più interessante di questo vuoto che lo caratterizza è restituito dalla funzione che Popinga assegna al suo taccuino. Nella quasi maggioranza dei casi, Popinga vi annota idee e dichiarazioni che gli altri fanno su di lui, nel disperato tentativo che essi possano effettivamente caratterizzarlo. Un tentativo non solo fallimentare ma anche ironico data l’estemporaneità di coloro che danno questi giudizi nella vita del nostro protagonista. La necessità di dover essere qualcuno raggiunge poi il culmine nell’ossessione che Popinga sviluppa nei confronti del commissario incaricato al suo arresto, il detective Lucas. Non è difficile vedere come Simenon faccia muovere il suo personaggio, un fuggitivo, portandolo addirittura a parlare con le guardie per chiedere semplici indicazioni stradali o a presentarsi sotto la stazione di polizia, per poter essere ‘catturato’ e identificato in qualche modo, ora che è prigioniero della sua stessa libertà.
La critica più forte di Simenon, dunque, è a una società che non lascia nulla. A un sistema capitalista che porta a creare valori e desideri fittizi talmente fragili da infrangersi non appena qualcosa, come la perdita di un lavoro, venisse a mancare. Ciò che si rivela sotto la maschera di un cittadino così appiattito è un sociopatico che non ha mai saputo come amare e condurre la vita secondo i propri veri interessi, e che, come primo atto ‘libero’, compie un omicidio. Lo scrittore, che caratterizza così bene la megalomania e la paranoia di un uomo che non sa chi essere, affronta dunque anche quella tematica delicata che è la salute mentale. Non è un caso, infatti, che l’esperienza del procuratore si concluda in un manicomio. Come è noto dal compianto Fisher di Realismo Capitalista, una società malata produrrà sempre individui malati.
Popinga è quindi l’uomo che guardava passare i treni. L’uomo che ha vissuto tutta la vita vedendosi scorrere di fronte infinite possibilità di essere senza averne mai colta una, rimanendo fermo a quella stazione di partenza che ha finito per logorarlo. Mina in attesa di esplodere.


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