di Irene Quiliconi

Nell’odierna realtà in cui il digitale investe in modo sempre più pervasivo ogni ambito della vita, dall’economia globale alle relazioni interpersonali, le sfide sollevate dalle nuove tecnologie eccedono il mero piano tecnico-scientifico. L’avvento e il massiccio impiego dell’intelligenza artificiale (IA) sollevano urgenti interrogativi sul nostro modo di pensare, di giudicare, di relazionarci agli altri e di abitare il mondo. Di fronte a sistemi digitali e algoritmi invisibili che filtrano e interpretano la realtà al nostro posto, si rende necessario un ripensamento di alcune categorie centrali della vita condivisa, anzitutto quella della responsabilità. È infatti il senso stesso dell’umano a risultare più profondamente scosso, se non minacciato, da tali trasformazioni.


Interrogarsi oggi sul senso dell’umano è tanto complesso quanto necessario. Sebbene Hannah Arendt non abbia vissuto la rivoluzione digitale, le sue riflessioni sull’umano e sull’urgenza di comprendere la realtà dell’esperienza risultano particolarmente illuminanti per il nostro presente. Già negli anni Sessanta, infatti, Arendt avvertiva la necessità di ripensare la condizione umana nell’allora nascente orizzonte tecnologico: «Ora le macchine possono svolgere un certo numero di attività che abbiamo sempre identificato come attività della mente umana. Questo richiede, a mio avviso, una rivalutazione dell’attività» (H. Arendt, The Proceedings of the First Annual Conference on the Cybercultural Revolution – Cybernetics and Automatism, Institute for Cybercultural Research, New York 1966).


La risposta all’avanzata tecnologica non può ridursi a un’accettazione acritica del mondo digitale. In una realtà sempre più mediata e anticipatamente interpretata da elementi filtratori, rischiamo di perdere la capacità di pensare e di giudicare come soggetti responsabili. Affidarci totalmente a sistemi che rielaborano soltanto conoscenze passate minaccia la spontaneità e la libertà dell’agire umano. Come sottolinea Arendt, solo la capacità dell’uomo di inaugurare nuovi inizi e percorsi inediti garantisce il rinnovamento del mondo, nonché la sua permanenza come spazio di incontro e condivisione. Ugualmente dannosa è la tentazione opposta: l’anacronistico e integrale diniego delle nuove tecnologie. Un simile atteggiamento coincide con un rifiuto di comprendere la realtà e la nostra presenza nel mondo. Arendt critica la riluttanza a giudicare la realtà vissuta, nella convinzione che proprio l’indifferenza e il distacco possano favorire lo scaturire e il diffondersi del male più pericoloso.


Attribuire alle macchine attività mentali da sempre considerate distintive dell’uomo deve accompagnarsi ad una riflessione critica sul significato e sulle implicazioni di un tale riconoscimento. Ciò vale anche se ci limitiamo a trasferire il linguaggio della mente umana per descrivere le potenzialità dell’intelligenza artificiale: le parole che adottiamo non sono mai neutre e contribuiscono ad orientare e costruire la nostra interpretazione della realtà.
Nella riflessione di Arendt, l’attività del giudizio presuppone un precedente processo di liberazione dai pregiudizi, reso possibile soltanto dall’attività del pensiero esercitata da un soggetto corporeo e radicato nel mondo sensibile. Con questi presupposti arendtiani, trasferire la facoltà di giudizio ad una macchina risulta problematico, in quanto l’IA inevitabilmente scavalca la fase del pensiero. Al di là della questione teorica, se rimane innegabile che l’IA sia uno strumento prezioso, il modello autenticamente umano di pensiero e giudizio non dovrebbe permettere una totale e indiscriminata cessione di tali facoltà alle macchine.


Non esercitare un giudizio critico sui risultati dell’IA può compromettere qualsiasi uso proficuo della tecnologia. Ciò evidenzia l’importanza della responsabilità umana: solo assumendola pienamente possiamo valutare correttamente le decisioni e risposte proposte dall’IA e garantirne un impiego trasparente ed equo a livello collettivo. Se coltiviamo la consapevolezza circa questi punti, potremmo evitare di sacrificare le nostre facoltà mentali alle macchine, continuando piuttosto ad esercitarle all’interno dell’orizzonte inedito che viviamo, in cui la relazione con le nuove tecnologie è inevitabile. Come osserva Arendt, finché dialoghiamo, pensiamo liberamente e giudichiamo di conseguenza, l’autentica condizione dell’uomo può continuare a fiorire, anche in presenza di mezzi artificiali sempre più pervasivi.

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